(Cristina Messina)
martedì 30 dicembre 2008
martedì 9 dicembre 2008
Caro vecchio neon.
"[...] nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera ecc. - eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese di origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a fare finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiare ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte.
[...]
Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livelo elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri, il che è un paradosso."
(David Foster Wallace)
sabato 25 ottobre 2008
Il sogno di Machiavelli.
"[…] Paolo Giovio e altri sostengono che Machiavelli abbia fatto un sogno pochi giorni prima di morire (giugno 1527). Vide da un lato una folla di cenciosi e dall'altro un gruppo di persone di nobile portamento (Platone, Plutarco, Tacito) le quali «discutevano di repubbliche». I primi - gli fu spiegato - erano quelli che i Vangeli prevedono destinati al regno dei cieli, i secondi all'inferno perché la loro dottrina «inimica est Dei». E a quel punto lui disse: preferisco stare con questi."
(Luciano Canfora)
mercoledì 15 ottobre 2008
Desiderio cartesiano.
"Il desiderio di certezza cartesiano maschera invece il desiderio del padrone, che vuole ridurre tutto il reale al suo proprio sapere."
(Manuela Allegretto)
martedì 14 ottobre 2008
Il vuoto e il pieno.
"Il vuoto e il pieno vengono introdotti dal vaso in un mondo che, di per sé, non conosce niente di simile. È a partire da questo significante plasmato che è il vaso, che il vuoto e il pieno entrano come tali nel mondo […] il vasaio […] crea il vaso attorno a questo vuoto con la sua mano, lo crea proprio come il creatore mitico, ex nihilo, a partire dal buco […].
Si tratta del fatto che l'uomo fabbrica il significante e l'introduce nel mondo.
Se l'opera del vasaio è la migliore immagine della creazione umana, dipende dal fatto che la proprietà dell'utensile che essa produce rendono con precisione l'idea che il linguaggio - il linguaggio del quale è fatto, poiché, dove non c'è linguaggio non c'è nemmeno artefice - è un contenuto."
(Jacques Lacan)
giovedì 9 ottobre 2008
Il Meridiano.
"Chi porta Arte negli occhi e nella mente, costui […], costui è dimentico di sé. Arte crea lontananza dall'io. Arte esige qui, in una direzione ben determinata, una determinata distanza, un determinato cammino.
E Poesia? Poesia, che alla fin fine è tenuta a percorrere il cammino dell'Arte?
[…]
Forse - è solo una domanda - forse la Poesia, come l'Arte, raggiunge assieme a un io dimentico di sé quell'alcunché d'arcano e straniato, e si rende - ma dove? ma in che luogo? ma con che cosa e in quanto che cosa? - si rende nuovamente libera?
In questo caso l'Arte non sarebbe che il cammino che la Poesia è tenuta a percorrere - niente di meno e niente di più.
Lo so, ci sono altre strade, più brevi. Ma anche la Poesia talvolta ci fugge innanzi. La poésie, elle aussi, brûle nos étapes.
[…]
Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? La Poesia percorre forse il cammino - anche il cammino dell'Arte - proprio in vista di una simile svolta? Forse - poiché l'estraneità, ovvero l'abisso e il volto di Medusa, l'abisso e gli automi, tutto sembra allinearsi nella stessa direzione, - forse le riesce di distinguere tra estraneità ed estraneità, forse proprio qui il volto di Medusa si atrofizza, forse fanno cilecca gli automi, proprio qui - per questo incomparabile breve istante? Forse qui con l'io - con questo io affrancatosi qui e in tale modo - qui si libera ancora qualcos'altro?
Forse è a partire da questo punto che il poema è se stesso... e ora può percorrere, in questo modo anartistico ed emancipato dall'Arte, le proprie strade, dunque anche le strade dell'Arte - percorrerle più e più volte ancora?
Forse.
[…]
Ma il poema parla, vivaddio! Esso non smarrisce il senso delle proprie date, eppure - parla. Certo, esso parla, sempre e soltanto, rigorosamente in prima persona.
Ma io ritengo - e simile pensiero a questo punto non può destare la Loro sorpresa - io ritengo che da sempre tra le speranze del poema vi sia quella di parlare in tal modo anche per conto di estranei - no, ormai questa parola non posso più usarla - di parlare, precisamente in tal modo, di parlare per conto di un Altro - chissà, magari di tutt'Altro.
[…]
Forse, ora debbo dirmi, - forse è perfino concepibile un incontro con questo «tutt'Altro» - e uso così un noto surrogato verbale - con un «altro» non troppo lontano, anzi del tutto vicino - ciò è nuovamente, è sempre concepibile.
Su tali pensieri il poema indugia, ovvero s'azzarda a sperare - parola da mettere in rapporto con la creatura.
Nessuno può dire quanto a lungo la pausa del respiro - questo sperare e pensare - quanto essa duri ancora. Quel «presto» che da sempre si poneva «fuori» - ha guadagnato in velocità; il poema ne è consapevole; ma esso si dirige imperterrito verso quell'«Altro», che esso immagina come raggiungibile, come suscettibile di essere liberato, magari reso vacante, e allo stesso tempo - diciamo come Lucile - orientato su di esso, sul poema.
Certo, il poema - il poema, oggi - rivela […], il poema rivela, ed è innegabile, una forte inclinazione ad ammutolire.
Il poema - dopo tante formulazioni radicali mi concedano pure questa - si afferma al margine di se stesso; per poter sussistere esso incessantemente si evoca e si riconduce dal suo Ormai-non-più al suo Pur-sempre.
Codesto Pur-sempre non può non essere un parlare. Quindi non verbo in assoluto e verosimilmente neppure «corrispettivo verbale».
Bensì linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma, allo stesso tempo, perennemente consapevole dei limiti che la lingua gli impone, delle possibilità che la lingua gli dischiude.
Codesto Pur-sempre del poema, è chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non dimentica che sta parlando sotto l'angolo di incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione creaturale.
E allora il poema sarebbe - ancora più chiaramente - linguaggio, diventato figura, di un singolo individuo - e, nella sua più intima sostanza, presenza e immanenza.
Il poema è solitario. Solitario e in cammino. Chi lo scrive gli rimane inerente.
Ma allora il poema non si colloca, proprio per questa ragione, dunque già a questo punto, dentro l'incontro - dentro il mistero dell'incontro?
Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica.
Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso l'Altro, è figura di questo Altro.
L'attenzione che il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei «palpiti» e delle «allusioni», tutto questo io credo non è la conquista di un occhio in gara (o in concomitanza) con apparecchiature ogni giorno più perfette; è piuttosto un concentrarsi avendo ben presenti tutte le nostre date.
[…]
Il poema - tra quali condizionamenti! - diventa l'opera di qualcuno che tuttavia continua a usare i sensi, rivolto a tutto quanto appare integrandolo, apostrofandolo; diventa colloquio - spesso un colloquio disperato.
È solo dentro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l'entità interlocutoria, la quale si aduna attorno all'io che l'appella e la nomina. Ma, in questa sua presenza, l'entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un tu, introduce il suo essere altro. Ancora nell'hic et nunc del poema - il quale, di per sé, possiede sempre soltanto questo unico, irripetibile e puntuale presente -, ancora in questa immediatezza e contiguità il poema consente che abbia voce quanto, all'Altro, è più proprio: ossia il suo tempo.
Quando noi parliamo con le cose a questo modo, sempre c'imbattiamo anche con il problema della loro origine e della loro destinazione: con un problema che «rimane aperto», non sfocia ad alcuna conclusione, addita uno spazio aperto e vuoto - siamo ampiamente fuori.
Il poema cerca, credo, anche questo luogo.
[…]
E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che irripetibilmente, sempre di nuovo irripetibilmente hic et nunc viene percepito e ha da essere percepito. E il poema in tal modo sarebbe il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum.
Ricerca topologica?
Certamente! Ma alla luce di ciò che della ricerca è oggetto: alla luce dell'U-topia.
E l'uomo? E la creatura?
In questa luce.
[…]
Ampliare l'Arte?
No. Bensì portati con l'Arte là dove sei più ristretto in te stesso. E realizza la tua libertà.
[…]
La poesia, Signore e Signori: questa patente d'infinito data a quanto è pura mortalità e vanità!
[…]
Con un dito alquanto impreciso, perché irrequieto, cerco tutto questo sulla carta geografica - su una carta geografica per bambini, come subito devo confessare.
Tutti questi luoghi sono introvabili, essi non esistono; ma io so, adesso soprattutto, so dove dovrebbero esserci e... qualcosa trovo.
Signore e Signori, trovo qualcosa che un poco anche mi consola del fatto di essermi messo, alla Loro presenza, su questa strada impossibile, su questa strada dell'impossibile.
Trovo quello che unisce, quello che può avviare il poema all'incontro.
Trovo qualcosa che è - come la lingua - immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca - è divertente! - persino i tropici: trovo... un Meridiano."
(Paul Celan)
E Poesia? Poesia, che alla fin fine è tenuta a percorrere il cammino dell'Arte?
[…]
Forse - è solo una domanda - forse la Poesia, come l'Arte, raggiunge assieme a un io dimentico di sé quell'alcunché d'arcano e straniato, e si rende - ma dove? ma in che luogo? ma con che cosa e in quanto che cosa? - si rende nuovamente libera?
In questo caso l'Arte non sarebbe che il cammino che la Poesia è tenuta a percorrere - niente di meno e niente di più.
Lo so, ci sono altre strade, più brevi. Ma anche la Poesia talvolta ci fugge innanzi. La poésie, elle aussi, brûle nos étapes.
[…]
Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? La Poesia percorre forse il cammino - anche il cammino dell'Arte - proprio in vista di una simile svolta? Forse - poiché l'estraneità, ovvero l'abisso e il volto di Medusa, l'abisso e gli automi, tutto sembra allinearsi nella stessa direzione, - forse le riesce di distinguere tra estraneità ed estraneità, forse proprio qui il volto di Medusa si atrofizza, forse fanno cilecca gli automi, proprio qui - per questo incomparabile breve istante? Forse qui con l'io - con questo io affrancatosi qui e in tale modo - qui si libera ancora qualcos'altro?
Forse è a partire da questo punto che il poema è se stesso... e ora può percorrere, in questo modo anartistico ed emancipato dall'Arte, le proprie strade, dunque anche le strade dell'Arte - percorrerle più e più volte ancora?
Forse.
[…]
Ma il poema parla, vivaddio! Esso non smarrisce il senso delle proprie date, eppure - parla. Certo, esso parla, sempre e soltanto, rigorosamente in prima persona.
Ma io ritengo - e simile pensiero a questo punto non può destare la Loro sorpresa - io ritengo che da sempre tra le speranze del poema vi sia quella di parlare in tal modo anche per conto di estranei - no, ormai questa parola non posso più usarla - di parlare, precisamente in tal modo, di parlare per conto di un Altro - chissà, magari di tutt'Altro.
[…]
Forse, ora debbo dirmi, - forse è perfino concepibile un incontro con questo «tutt'Altro» - e uso così un noto surrogato verbale - con un «altro» non troppo lontano, anzi del tutto vicino - ciò è nuovamente, è sempre concepibile.
Su tali pensieri il poema indugia, ovvero s'azzarda a sperare - parola da mettere in rapporto con la creatura.
Nessuno può dire quanto a lungo la pausa del respiro - questo sperare e pensare - quanto essa duri ancora. Quel «presto» che da sempre si poneva «fuori» - ha guadagnato in velocità; il poema ne è consapevole; ma esso si dirige imperterrito verso quell'«Altro», che esso immagina come raggiungibile, come suscettibile di essere liberato, magari reso vacante, e allo stesso tempo - diciamo come Lucile - orientato su di esso, sul poema.
Certo, il poema - il poema, oggi - rivela […], il poema rivela, ed è innegabile, una forte inclinazione ad ammutolire.
Il poema - dopo tante formulazioni radicali mi concedano pure questa - si afferma al margine di se stesso; per poter sussistere esso incessantemente si evoca e si riconduce dal suo Ormai-non-più al suo Pur-sempre.
Codesto Pur-sempre non può non essere un parlare. Quindi non verbo in assoluto e verosimilmente neppure «corrispettivo verbale».
Bensì linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma, allo stesso tempo, perennemente consapevole dei limiti che la lingua gli impone, delle possibilità che la lingua gli dischiude.
Codesto Pur-sempre del poema, è chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non dimentica che sta parlando sotto l'angolo di incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione creaturale.
E allora il poema sarebbe - ancora più chiaramente - linguaggio, diventato figura, di un singolo individuo - e, nella sua più intima sostanza, presenza e immanenza.
Il poema è solitario. Solitario e in cammino. Chi lo scrive gli rimane inerente.
Ma allora il poema non si colloca, proprio per questa ragione, dunque già a questo punto, dentro l'incontro - dentro il mistero dell'incontro?
Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica.
Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso l'Altro, è figura di questo Altro.
L'attenzione che il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei «palpiti» e delle «allusioni», tutto questo io credo non è la conquista di un occhio in gara (o in concomitanza) con apparecchiature ogni giorno più perfette; è piuttosto un concentrarsi avendo ben presenti tutte le nostre date.
[…]
Il poema - tra quali condizionamenti! - diventa l'opera di qualcuno che tuttavia continua a usare i sensi, rivolto a tutto quanto appare integrandolo, apostrofandolo; diventa colloquio - spesso un colloquio disperato.
È solo dentro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l'entità interlocutoria, la quale si aduna attorno all'io che l'appella e la nomina. Ma, in questa sua presenza, l'entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un tu, introduce il suo essere altro. Ancora nell'hic et nunc del poema - il quale, di per sé, possiede sempre soltanto questo unico, irripetibile e puntuale presente -, ancora in questa immediatezza e contiguità il poema consente che abbia voce quanto, all'Altro, è più proprio: ossia il suo tempo.
Quando noi parliamo con le cose a questo modo, sempre c'imbattiamo anche con il problema della loro origine e della loro destinazione: con un problema che «rimane aperto», non sfocia ad alcuna conclusione, addita uno spazio aperto e vuoto - siamo ampiamente fuori.
Il poema cerca, credo, anche questo luogo.
[…]
E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che irripetibilmente, sempre di nuovo irripetibilmente hic et nunc viene percepito e ha da essere percepito. E il poema in tal modo sarebbe il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum.
Ricerca topologica?
Certamente! Ma alla luce di ciò che della ricerca è oggetto: alla luce dell'U-topia.
E l'uomo? E la creatura?
In questa luce.
[…]
Ampliare l'Arte?
No. Bensì portati con l'Arte là dove sei più ristretto in te stesso. E realizza la tua libertà.
[…]
La poesia, Signore e Signori: questa patente d'infinito data a quanto è pura mortalità e vanità!
[…]
Con un dito alquanto impreciso, perché irrequieto, cerco tutto questo sulla carta geografica - su una carta geografica per bambini, come subito devo confessare.
Tutti questi luoghi sono introvabili, essi non esistono; ma io so, adesso soprattutto, so dove dovrebbero esserci e... qualcosa trovo.
Signore e Signori, trovo qualcosa che un poco anche mi consola del fatto di essermi messo, alla Loro presenza, su questa strada impossibile, su questa strada dell'impossibile.
Trovo quello che unisce, quello che può avviare il poema all'incontro.
Trovo qualcosa che è - come la lingua - immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca - è divertente! - persino i tropici: trovo... un Meridiano."
(Paul Celan)
lunedì 6 ottobre 2008
Disincantare e disintossicare.
"La poesia non è magia. Se si può attribuire alla poesia […] uno scopo ulteriore, questo consiste nel disincantare e disintossicare, dicendo la verità."
(Wystan Hugh Auden)
(Wystan Hugh Auden)
Poesia non poesia.
"È il cattivo pubblico, o il nessun pubblico, che rende la poesia cattiva o nulla."
(Alfonso Berardinelli)
domenica 21 settembre 2008
"Lei è uno strizzacervelli?"
"Il mattino dopo Morty non era solo. C'era anche un altro tizio. Un tizio grasso, che mi venne presentato come il dottor Jeffrey Singleton.
«Lei è uno strizzacervelli?».
«Sì».
«Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d'accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto più Shakespeare, Tolstoj o persino Dickens di chiunque di voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che le ho nominato badano all'essenza. E non mi piacciono le etichette vacue che appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le perizie di parte. E non mi piacete in tribunale, uno per la difesa, l'altro per l'accusa, due cosiddetti esperti, l'un contro l'altro armati, ma entrambi col portafoglio gonfio. Voi giocate con la testa delle persone, e siete inutili, se non dannosi. Inoltre, stando a quanto ho letto di recente, avete abbandonato il lettino per i farmaci, come del resto anche il mio amico Morty. Paranoia? Prenda questo due volte al dì. Schizofrenia? Sciolga questo in bocca prima dei pasti. Io prendo un whisky al malto e un Montecristo per tutto, e le consiglio di fare altrettanto. Fanno duecento dollari, grazie»."
(Mordecai Richler)
martedì 16 settembre 2008
Uscire dal marasma.
"Non credo si possa arrivare a ridar vita al mondo in cui viviamo, e non credo neppure che valga la pena di aggrapparsi ad esso; ma propongo qualcosa per uscire dal marasma, invece di continuare a gemere sul marasma, e sulla noia, l'inerzia e la stupidità di ogni cosa."
(Antonin Artaud)
venerdì 12 settembre 2008
L'égoïsme vertueux.
"Pour arriver à la perfection de l'«autarcie», c'est-à-dire à l'achèvement philosophique de la vie individuelle, l'homme doit être absolument lui-même. c'est-à-dire, on l'a vu, «vivre selon ce qu'il y a de meilleur en lui»: la pensée. Cet engagement intellectuel est la décision philosophique par excellence, l'acte suprême de vertu. Or l'homme ne peut vivre la pensée sans communication, car, sans communication, il ne peut y avoir de vie intime. L'amitié est un «rapport intime». Ayant conscience de sa propre bonté, l'égoïste vertueux a besoin de «parteciper aussi à la conscience que son ami a de sa propre existence». Il lui faut donc «vivre avec lui», «mettre en commun discussions et pensées».
C'est cette activité commune qui donne son sens à la vie humaine: sans le partage de la pensée, la vie sociale de l'homme se réduirait à celle des bestiaux qui «constiste seulement à paître dans le même lieu»."
(Alain de Libera)
giovedì 11 settembre 2008
Insensibilité.
"Celui qui s'abstient de tout plaisir, celui qui fuit devant eux, sans exception aucune, sombre dans l'hébétude «tel un rustre». «De telles gens se rencontrant rarement», Aristote explique qu'ils n'ont pas reçu de nom. Il en propose donc un: «Appelons-les, dit-il, des insensibles».
L'insensibilité, littéralement, l'anasthésie, c'est-à-dire aussi la stupidité (c'est le sens du mot chez Théophraste), est donc pour Aristote le pire des vices. Pareille insensibilité est proprement «innommable» parce qu'elle «n'a rien d'humain». On ne l'imagine même pas dans la vie réelle: c'est le fait d'un personagge de comédie, inapte à vivre en société, le propre d'un mostre, d'un «vicieux» total.
Aux yeux du philosophe, la «cessation de tout plaisir sexuel» ne peut être qu'une anesthésie générale: le parfait continent est le parfait frustré, à la fois rustre et fruste."
(Alain de Libera)
mercoledì 10 settembre 2008
Posso avere il tuo deserto?
"Sai ancora se vuoi?
Hai volontà?
O stai soltanto crollando
Con razionalità?
E con l'abitudine ti spengon già
Dando alla violenza una profondità
Puoi pensare che andrà, senza un'azione
E la verità passi
Lasciando il posto alla ragione
E con l'abitudine ti han spento già
Dando alla violenza una profondità, si sa
Ti vedo passare, sopra la corrente
Non senti sconcerto
Posso avere il tuo deserto?
E con l'abitudine ti han spento già
Dando alla violenza la profondità, che ha
Razionalità..."
(Manuel Agnelli)
Hai volontà?
O stai soltanto crollando
Con razionalità?
E con l'abitudine ti spengon già
Dando alla violenza una profondità
Puoi pensare che andrà, senza un'azione
E la verità passi
Lasciando il posto alla ragione
E con l'abitudine ti han spento già
Dando alla violenza una profondità, si sa
Ti vedo passare, sopra la corrente
Non senti sconcerto
Posso avere il tuo deserto?
E con l'abitudine ti han spento già
Dando alla violenza la profondità, che ha
Razionalità..."
(Manuel Agnelli)
lunedì 8 settembre 2008
Il concetto di progresso.
"Il concetto di progresso va fondato sull'idea della catastrofe. Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato. Così Strindberg - in Verso Damasco? -: l'inferno non è qualcosa che ci attenda, ma è questa vita qui."
(Walter Benjamin)
domenica 31 agosto 2008
I folli.
E tacciono, perché sono abbattute
nelle loro menti le barriere,
e le ore in cui si potrebbe comprenderli
vengono e vanno.
Spesso a notte, affacciati alla finestra,
tutto ritrova a un tratto il giusto senso.
La loro mano poggia sul concreto
e il cuore è alto e vorrebbe pregare,
e gli occhi in pace guardano
nel recinto ormai calmo l'insperato
giardino tante volte sfigurato
che nel riverbero di mondi ignoti
continua a crescere e mai non si perde."
(Rainer Maria Rilke)
nelle loro menti le barriere,
e le ore in cui si potrebbe comprenderli
vengono e vanno.
Spesso a notte, affacciati alla finestra,
tutto ritrova a un tratto il giusto senso.
La loro mano poggia sul concreto
e il cuore è alto e vorrebbe pregare,
e gli occhi in pace guardano
nel recinto ormai calmo l'insperato
giardino tante volte sfigurato
che nel riverbero di mondi ignoti
continua a crescere e mai non si perde."
(Rainer Maria Rilke)
martedì 26 agosto 2008
Le radici del linguaggio.
"Il linguaggio ha le sue radici non nel lato prosaico ma in quello poetico della vita, che quindi il suo fondamento ultimo non va ricercato nell'aderenza all'intuizione obiettiva delle cose e alla loro suddivisione secondo caratteristiche ben determinate, bensì nella potenza originaria della sensazione soggettiva."
(Ernst Cassirer)
(Ernst Cassirer)
sabato 23 agosto 2008
Manipolar le nuvole.
"Bisogna che il pensiero si adatti, sebbene gli ripugni, all'incessante mutamento di tutte le cose, e divenga esperto nel manipolar le nuvole la cui forma e la cui posizione sono transitorie e mutevoli, mai fisse. L'instabilità, non la fissità, dovrà divenire l'elemento a cui applicare il pensiero, il suo costante oggetto."
(Jean Dubuffet)
(Jean Dubuffet)
domenica 17 agosto 2008
L'ispirazione.
"L'ispirazione non è il dono della poesia a qualcuno già esistente, è il dono dell'esistenza a qualcuno che non esiste ancora, e questa esistenza si compie come ciò che sta con fermezza completamente al di fuori […], nel congedo dato a se stessi, e ad ogni certezza soggettiva e alla verità del mondo."
(Maurice Blanchot)
(Maurice Blanchot)
sabato 16 agosto 2008
La versione di Barney.
"Leggevo dalla mattina alla sera, questo sì, ma prendereste una bella toppa se lo consideraste un segno di spessore umano. O peggio, di sensibilità."
(Mordecai Richler)
(Mordecai Richler)
venerdì 15 agosto 2008
Dicendo la verità.
"«Non apprendiamo nulla leggendo [Winckelman]», disse Goethe «diventiamo qualcosa». Allo stesso modo, potrei dire: non riveliamo nulla di noi stessi dicendo la verità, ma a volte scopriamo noi stessi. Io che avevo pensato di dare qualcosa ho trovato che invece avevo ricevuto qualcosa."
(Henry Miller)
(Henry Miller)
mercoledì 13 agosto 2008
Un individuo pronto ad affrontare la complessità del vero.
"Volevo davvero diventare un artista, come credevo dovessero essere gli artisti, un individuo pronto ad affrontare la complessità del vero. E ho avuto grande successo. Mi sono ritrovato con il silenzio e con il buio, seduto immobile, creatore di oggetti che imitano la mia predilezione."
(Don DeLillo)
(Don DeLillo)
martedì 12 agosto 2008
La finzione.
"Tutto ciò che è costruito prima non c'era, è nuovo rispetto al reale, così come ciò che si immagina, così come ciò che si simula: altro rispetto a ciò che c'era. La finzione si presenta dunque come un'azione che modella qualcosa di nuovo. La differenza è tutta nel rapporto di questo con ciò che c'era prima e nella pretesa di verità del costruttore. Fingere è dipingere un affresco, raccontare una storia, farsi passare per un'altra persona, lavorare per ipotesi: dare di sé o del mondo un'immagine, con parole o gesti o pensieri. Tale immagine, se vogliamo chiamarla così, ossia il risultato della finzione, è in sé «finta», è una costruzione nuova rispetto all'esistente. Ed è anche l'unica modalità finora esperita per comunicare e convivere […]. Dire finzione non è dire inganno, né menzogna, anche se ogni inganno presuppone una finzione.
[…]
La menzogna è l'azione di chi ha «un cuore doppio», di chi esprime altro rispetto a quello che porta dentro di sé come vero (nel cuore, nella mente, nell'anima); […]."
(Maria Bettetini)
[…]
La menzogna è l'azione di chi ha «un cuore doppio», di chi esprime altro rispetto a quello che porta dentro di sé come vero (nel cuore, nella mente, nell'anima); […]."
(Maria Bettetini)
Un figlio dell'Europa.
"Rimarrò fino all'ultimo un figlio dell'Europa, dell'ansia e della vergogna; non ho alcun messaggio di speranza da comunicare. Per l'Occidente non nutro odio, tutt'al più un immenso disprezzo. So soltanto che, dal primo all'ultimo, noi occidentali puzziamo di egoismo, di masochismo e di morte. Abbiamo creato un sistema in cui è diventato semplicemente impossibile vivere; e, come se non bastasse, continuiamo a esportarlo."
(Michel Houellebecq)
(Michel Houellebecq)
giovedì 7 agosto 2008
Il senso del dono.
"Accesi una sigaretta, mi sistemai il cuscino dietro la nuca e dissi: «Fammi un pompino.» Valérie mi guardò con una certa sorpresa, ma nondimeno si chinò sul mio sesso per prenderlo in bocca. «Ecco!» dissi in tono trionfante. Lei si bloccò, e di nuovo mi guardò stupita. «Lo vedi? Io ti ho detto di farmi un pompino, e tu hai obbedito. Eppure fino a un attimo fa non ci pensavi neanche lontanamente.»
«In effetti no, non ci pensavo; però mi fa piacere.»
«Ed è proprio questa la tua dote straordinaria: a te piace dare piacere. Una cosa che gli occidentali non sanno più fare: offrire il proprio corpo come qualcosa di gradevole, dare piacere senza pretendere nulla in cambio. Hanno perduto completamente il senso del dono. Per quanto si affannino, non riescono più a sentire il sesso come qualcosa di naturale. Si vergognano del proprio corpo perché non lo vedono all'altezza degli standard della pubblicità e del cinema, e per le stesse ragioni non si sentono più attratti dal corpo dell'altro. È impossibile fare l'amore senza un certo abbandono, senza l'accettazione quantomeno temporanea di una condizione di dipendenza e di soggezione. Esaltazione sentimentale e ossessione sessuale hanno un'origine comune, derivano entrambe da un parziale oblio del proprio ego; è un campo nel quale è difficile realizzarsi senza perdersi. Invece noi siamo diventati freddi, razionali, estremamente consapevoli della nostra esistenza individuale e dei nostri diritti; per prima cosa vogliamo evitare qualsiasi forma di alienazione e dipendenza; poi siamo assillati dalla salute e dall'igiene: è chiaro che queste non sono certo le condizioni ideali per fare l'amore. Al punto in cui siamo, la professionalizzazione della sessualità in Occidente è inevitabile. Oppure, per chi lo preferisce, c'è sempre il sadomasochismo. Un universo puramente cerebrale, fondato su regole precise e sull'accordo preventivo tra le parti coinvolte; i masochisti sono interessati unicamente alle proprie sensazioni, cercano di capire fin dove possano spingersi nel campo del dolore, un pò come chi pratica gli sport estremi. I sadici sono diversi: loro si spingono comunque fino all'impossibile, seguendo una tendenza umana antichissima - se potessero mutilare o uccidere lo farebbero senza pensarci due volte.»
«Non riesco neanche a pensarci,» disse Valérie, rabbrividendo. «Mi fa veramente schifo.»
«Ti fa schifo perché tu, e quindi la tua sessualità, sei rimasta intatta, animalesca. Tu sei una persona normale, e da questo punto di vista non hai niente in comune con gli occidentali di oggi. Il sadomasochismo organizzato, con le sue regole e i suoi rituali, può concernere soltanto persone colte, cerebrali, per le quali il sesso abbia perduto ogni attrattiva. Per gli altri è rimasta un'unica soluzione: il materiale porno; se invece vogliono del sesso reale, devono andarselo a procurare nei paesi del Terzo Mondo.»
«Bene...» Valérie sorrise. «Quel pompino te lo faccio lo stesso o no?»"
(Michel Houellebecq)
«In effetti no, non ci pensavo; però mi fa piacere.»
«Ed è proprio questa la tua dote straordinaria: a te piace dare piacere. Una cosa che gli occidentali non sanno più fare: offrire il proprio corpo come qualcosa di gradevole, dare piacere senza pretendere nulla in cambio. Hanno perduto completamente il senso del dono. Per quanto si affannino, non riescono più a sentire il sesso come qualcosa di naturale. Si vergognano del proprio corpo perché non lo vedono all'altezza degli standard della pubblicità e del cinema, e per le stesse ragioni non si sentono più attratti dal corpo dell'altro. È impossibile fare l'amore senza un certo abbandono, senza l'accettazione quantomeno temporanea di una condizione di dipendenza e di soggezione. Esaltazione sentimentale e ossessione sessuale hanno un'origine comune, derivano entrambe da un parziale oblio del proprio ego; è un campo nel quale è difficile realizzarsi senza perdersi. Invece noi siamo diventati freddi, razionali, estremamente consapevoli della nostra esistenza individuale e dei nostri diritti; per prima cosa vogliamo evitare qualsiasi forma di alienazione e dipendenza; poi siamo assillati dalla salute e dall'igiene: è chiaro che queste non sono certo le condizioni ideali per fare l'amore. Al punto in cui siamo, la professionalizzazione della sessualità in Occidente è inevitabile. Oppure, per chi lo preferisce, c'è sempre il sadomasochismo. Un universo puramente cerebrale, fondato su regole precise e sull'accordo preventivo tra le parti coinvolte; i masochisti sono interessati unicamente alle proprie sensazioni, cercano di capire fin dove possano spingersi nel campo del dolore, un pò come chi pratica gli sport estremi. I sadici sono diversi: loro si spingono comunque fino all'impossibile, seguendo una tendenza umana antichissima - se potessero mutilare o uccidere lo farebbero senza pensarci due volte.»
«Non riesco neanche a pensarci,» disse Valérie, rabbrividendo. «Mi fa veramente schifo.»
«Ti fa schifo perché tu, e quindi la tua sessualità, sei rimasta intatta, animalesca. Tu sei una persona normale, e da questo punto di vista non hai niente in comune con gli occidentali di oggi. Il sadomasochismo organizzato, con le sue regole e i suoi rituali, può concernere soltanto persone colte, cerebrali, per le quali il sesso abbia perduto ogni attrattiva. Per gli altri è rimasta un'unica soluzione: il materiale porno; se invece vogliono del sesso reale, devono andarselo a procurare nei paesi del Terzo Mondo.»
«Bene...» Valérie sorrise. «Quel pompino te lo faccio lo stesso o no?»"
(Michel Houellebecq)
martedì 5 agosto 2008
La dimensione della solitudine.
"- Hai mai pensato che essere soli possa rappresentare in un certo senso una completezza, una ricchezza?
- No, mai.
- Io credo ciecamente nell'essere in due. Due persone, è l'unica salvezza. L'unico tesoro.
- Certamente.
- Ieri mi trovavo ad Amman, seduto nel teatro romano, e ho avuto una strana sensazione. Non so bene come descriverla, ma credo di aver percepito la solitudine come un insieme di cose, piuttosto che come un'assenza di esse. Essere soli ha delle componenti. Mi sono sentito come assemblato da queste cose senza nome. Una sensazione nuova per me. Certo, avevo passato tutto il tempo correndo qua e là, viaggiando, e quello era il primo momento di pace. Forse è per questo. Ma mi sono sentito assemblato. Ero solo e completamente me stesso."
(Don DeLillo)
- No, mai.
- Io credo ciecamente nell'essere in due. Due persone, è l'unica salvezza. L'unico tesoro.
- Certamente.
- Ieri mi trovavo ad Amman, seduto nel teatro romano, e ho avuto una strana sensazione. Non so bene come descriverla, ma credo di aver percepito la solitudine come un insieme di cose, piuttosto che come un'assenza di esse. Essere soli ha delle componenti. Mi sono sentito come assemblato da queste cose senza nome. Una sensazione nuova per me. Certo, avevo passato tutto il tempo correndo qua e là, viaggiando, e quello era il primo momento di pace. Forse è per questo. Ma mi sono sentito assemblato. Ero solo e completamente me stesso."
(Don DeLillo)
lunedì 4 agosto 2008
Quello che c'è sotto.
"Il vecchio si sbottona lentamente il polsino della camicia, solleva la stoffa fino a mostrare il numero del campo di sterminio tatuato sull'avambraccio. È diverso da come Giulio se l'aspettava. Più grezzo di come si vede nei film. Scolorito.
- Guardi che io mi ritengo una persona assolutamente razionale, - sussurra il vecchio. - È questo mondo, a non esserlo.
Giulio deglutisce. - Bè, certo. Non si può dire razionale un mondo che ha permesso gli orrori del nazismo. O del comunismo, se è per questo...
- Non sia sciocco. Nazismo, comunismo: sono soltanto dei nomi. Pura apparenza. Ha forse paura del pelo di un leone? Ha paura della sua pelle? Deve avere paura di quello che c'è sotto: dei muscoli, dei denti, del cervello assassino che muove l'animale. Del suo istinto e della sua esperienza di cacciatore. Il nazismo è solo l'aspetto esteriore di un male più grande, di cui pochi hanno coscienza, e a cui in passato sono stati dati molti altri nomi."
(Tullio Avoledo)
- Guardi che io mi ritengo una persona assolutamente razionale, - sussurra il vecchio. - È questo mondo, a non esserlo.
Giulio deglutisce. - Bè, certo. Non si può dire razionale un mondo che ha permesso gli orrori del nazismo. O del comunismo, se è per questo...
- Non sia sciocco. Nazismo, comunismo: sono soltanto dei nomi. Pura apparenza. Ha forse paura del pelo di un leone? Ha paura della sua pelle? Deve avere paura di quello che c'è sotto: dei muscoli, dei denti, del cervello assassino che muove l'animale. Del suo istinto e della sua esperienza di cacciatore. Il nazismo è solo l'aspetto esteriore di un male più grande, di cui pochi hanno coscienza, e a cui in passato sono stati dati molti altri nomi."
(Tullio Avoledo)
domenica 3 agosto 2008
Vivere senza leggere.
"Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita, e questo comporta notevoli rischi."
(Michel Houellebecq)
sabato 2 agosto 2008
S'aprono come foglie.
"S'aprono come foglie
i giorni, pallidi
come tendaggi
ad uno ad uno spinti
dal vento,
dalla luce
che cresce dietro ad essi
o al loro interno,
leggeri e curvi
solo per essere ammirati."
(Valerio Magrelli)
venerdì 1 agosto 2008
La battaglia della letteratura.
"La battaglia della letteratura è appunto uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall'orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura."
(Italo Calvino)
(Italo Calvino)
martedì 29 luglio 2008
Anticorpi contro il potere.
"Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi."
(Fabrizio De Andrè)
(Fabrizio De Andrè)
lunedì 28 luglio 2008
Caso per caso.
"Ogni coscienza è una soglia. Senza dubbio, bisogna precisare caso per caso perché la soglia sia così o cosà."
(Gilles Deleuze)
(Gilles Deleuze)
domenica 27 luglio 2008
Libera personalità.
"Se si bada all'esteriore, si può osservare come l'espulsione degli istinti per opera della storia abbia trasformato gli uomini quasi in pure astrazioni e ombre: nessuno osa più arrischiare la propria persona e tutti invece si mascherano da uomini cólti, da scienziati, da poeti, da politici. Se si toccano tali maschere, credendo che si tratti di cose serie e non soltanto di una farsa - dato che tutti quanti ostentano la serietà - si hanno improvvisamente fra le mani soltanto cenci e toppe variopinte.
[…]
Strano! Si penserebbe che la storia incoraggi gli uomini soprattutto a essere onesti quand'anche si trattasse di matti onesti; e questo è stato sempre il suo effetto, solo ora non lo è più! La cultura storica e l'abito borghese universali regnano nello stesso tempo. Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati.
[…]
Comunque sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento! - di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell'azione. Solo con questa veracità verranno alla luce l'angustia, l'intima miseria dell'uomo moderno, e al posto di quella convenzione e di quella mascherata che mirano timorosamente a nascondere potranno subentrare, come vere soccorritrici, arte e religione, per piantare insieme una cultura che risponda a bisogni veri e che non insegni soltanto, come la cultura generale odierna, a dissimularsi questi bisogni e a divenire in tal modo menzogne ambulanti.
[…]
Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente - fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell'agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa e ogni altra è semplicemente impossibile. Così vuole la cultura storica. Questi sono ancora uomini, ci si chiede allora, o forse soltanto macchine per pensare, per scrivere e per parlare?
[…]
Colui che non osa più fidarsi di sé e che invece, per il suo sentire, chiede involontariamente consiglio alla storia: «come devo qui sentire?», diventa a poco a poco, per paura, attore e assume un ruolo, per lo più anzi molti ruoli, recitando perciò ciascuno di essi male e superficialmente.
[…]
Una volta che le personalità siano spente nella maniera descritta fino all'eterna mancanza del soggetto, o come si dice, all'oggettività, niente ormai può avere effetto su di loro; qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo cólto passa sopra all'opera e si informa sulla storia dell'autore.
[…]
Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. Inoltre ci si è messi d'accordo di ritenere che molte critiche siano un risultato positivo, che poche siano un insuccesso. Ma in fondo, anche nel caso di un cotale «risultato», tutto rimane come prima: si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos'altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un'efficacia in senso proprio, ossia a un'efficacia sulla vita e sull'agire.
[…]
Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi - in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze «al mercato del lavoro». Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo. Il mezzo peraltro, il mezzo scellerato che si impiega per accecarli è una luce troppo chiara, troppo repentina, troppo mutevole.
[…]
Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» - o comunque suonino i verbi ausiliari dell'egoismo - quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico.
[…]
I carrettieri hanno fatto fra loro un contratto di lavoro e hanno decretato come superfluo il genio - per il fatto che ogni carrettiere viene timbrato a nuovo come genio; probabilmente un'epoca posteriore riconoscerà dai loro edifici che essi sono stati fabbricati da carrettieri e non da architetti."
(F. W. Nietzsche)
[…]
Strano! Si penserebbe che la storia incoraggi gli uomini soprattutto a essere onesti quand'anche si trattasse di matti onesti; e questo è stato sempre il suo effetto, solo ora non lo è più! La cultura storica e l'abito borghese universali regnano nello stesso tempo. Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati.
[…]
Comunque sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento! - di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell'azione. Solo con questa veracità verranno alla luce l'angustia, l'intima miseria dell'uomo moderno, e al posto di quella convenzione e di quella mascherata che mirano timorosamente a nascondere potranno subentrare, come vere soccorritrici, arte e religione, per piantare insieme una cultura che risponda a bisogni veri e che non insegni soltanto, come la cultura generale odierna, a dissimularsi questi bisogni e a divenire in tal modo menzogne ambulanti.
[…]
Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente - fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell'agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa e ogni altra è semplicemente impossibile. Così vuole la cultura storica. Questi sono ancora uomini, ci si chiede allora, o forse soltanto macchine per pensare, per scrivere e per parlare?
[…]
Colui che non osa più fidarsi di sé e che invece, per il suo sentire, chiede involontariamente consiglio alla storia: «come devo qui sentire?», diventa a poco a poco, per paura, attore e assume un ruolo, per lo più anzi molti ruoli, recitando perciò ciascuno di essi male e superficialmente.
[…]
Una volta che le personalità siano spente nella maniera descritta fino all'eterna mancanza del soggetto, o come si dice, all'oggettività, niente ormai può avere effetto su di loro; qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo cólto passa sopra all'opera e si informa sulla storia dell'autore.
[…]
Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. Inoltre ci si è messi d'accordo di ritenere che molte critiche siano un risultato positivo, che poche siano un insuccesso. Ma in fondo, anche nel caso di un cotale «risultato», tutto rimane come prima: si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos'altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un'efficacia in senso proprio, ossia a un'efficacia sulla vita e sull'agire.
[…]
Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi - in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze «al mercato del lavoro». Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo. Il mezzo peraltro, il mezzo scellerato che si impiega per accecarli è una luce troppo chiara, troppo repentina, troppo mutevole.
[…]
Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» - o comunque suonino i verbi ausiliari dell'egoismo - quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico.
[…]
I carrettieri hanno fatto fra loro un contratto di lavoro e hanno decretato come superfluo il genio - per il fatto che ogni carrettiere viene timbrato a nuovo come genio; probabilmente un'epoca posteriore riconoscerà dai loro edifici che essi sono stati fabbricati da carrettieri e non da architetti."
(F. W. Nietzsche)
sabato 26 luglio 2008
Buttarsi a capofitto e saper portare la pena.
"Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un'esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura.
La lezione è sempre una sola: buttarsi a capofitto e sapere portare la pena. È meglio soffrire per aver osato fare sul serio, che to shrink […]."
(Cesare Pavese)
La lezione è sempre una sola: buttarsi a capofitto e sapere portare la pena. È meglio soffrire per aver osato fare sul serio, che to shrink […]."
(Cesare Pavese)
venerdì 25 luglio 2008
giovedì 24 luglio 2008
L'atto poetico.
"Più importante dell'atto politico - sempre orientato verso un fine futuro - era l'atto poetico, in cui causa ed effetto assumevano una forma simultanea, trasformando la speranza in pura azione presente. Quella poesia incompiuta, tesoro estratto dal fondo del mare, doveva essere continuata da tutti non solo con le parole, ma con le azioni."
(Alejandro Jodorowsky)
(Alejandro Jodorowsky)
mercoledì 23 luglio 2008
Romanzi spazzatura.
"Qualunque cosa siano, comunque funzionino, i romanzi spazzatura sono affini alla psicoterapia; anche gli aereoporti sono affini alla psicoterapia. Gli uni e gli altri appartengono alla cultura della sala d'aspetto. Musica via cavo, linguaggio tranquillizzante e suadente. Da questa parte - si, l'assistente di volo si occuperò subito di lei. Aereoporti, romanzi spazzatura: ti strappano la mente dalla paura della morte."
(Martin Amis)
(Martin Amis)
martedì 22 luglio 2008
Io, certe parole, non le conosco.
Questo è un blog dove non scriverò niente di mio.
Le parole che leggeranno i malcapitati che si troveranno a passare da queste parti, saranno quelle scritte da altri:
citazioni.
"Concludo. Nella disperazione. Non ho detto nulla. Nulla di nulla, poiché dinanzi a me c'è la Vita, e certe parole io non le conosco."
(Marina Cvetaeva)
Le parole che leggeranno i malcapitati che si troveranno a passare da queste parti, saranno quelle scritte da altri:
citazioni.
"Concludo. Nella disperazione. Non ho detto nulla. Nulla di nulla, poiché dinanzi a me c'è la Vita, e certe parole io non le conosco."
(Marina Cvetaeva)
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