sabato 29 settembre 2012

L'homme...

"L'homme n'est qu'une invention récente, une figure qui n'a pas deux siècles, un simple pli dans notre savoir, et qu'il disparaîtra dès que celui-ci aura trouvé une forme nouvelle".

(M. Foucault)

venerdì 21 settembre 2012

Vampiro.

"La Società degli esseri è un vampiro
che non vuole andarsene
e che è legato
nervo a nervo
e fibra a fibra
al proprio oggetto:
lo sfruttamento indefinito del corpo dell'uomo umano."

(A. Artaud)

martedì 8 maggio 2012

Allegoria.

"Quei pensatori in cui tutte le stelle si muovono in orbite cicliche, non sono i più profondi; chi scruta entro se stesso come in un immenso spazio cosmico e porta in sé vie lattee, sa anche come siano irregolari tutte le vie lattee: esse conducono fin dentro al caos e al labirinto dell'esistenza".

(F. W. Nietzsche)

sabato 5 maggio 2012

Illusione dei contemplativi.

"Gli uomini d'alto livello si distinguono dagli inferiori per il fatto che vedono e ascoltano indicibilmente di più, per il fatto che vedono e ascoltano pensando - questo appunto differenzia l'uomo dall'animale e gli animali superiori da quelli inferiori. Una sempre maggiore pienezza ha il mondo per colui che cresce fino ad attingere le vette dell'umanità; sempre più spesso gli vien gettata l'esca dell'interesse; in continuo sviluppo è la quantità dei suoi stimoli e così pure quella dei suoi modi di godere e di soffrire - l'uomo superiore diventa al tempo stesso sempre più felice e più infelice. Ma in tutto ciò gli resta fedele compagna un'illusione: crede di essere posto come spettatore e ascoltatore dinanzi al grande spettacolo visivo e sonoro che è la vita; chiama la sua natura contemplativa e, ciò facendo, si lascia sfuggire che è lui stesso il vero poeta e l'inesausto poeta della vita - e che, se anche si distingue indubbiamente molto dall'attore di questo dramma, il cosiddetto uomo d'azione, ancora più si distingue da un mero osservatore e un semplice ospite d'onore davanti alla scena. A lui come poeta è certamente propria la vis contemplativa e  lo sguardo retrospettivo sulla sua opera, ma al tempo stesso gli è propria innanzitutto la vis creativa, che manca all'uomo d'azione, a onta di quel che possono affermare l'apparenza e l'opinione comune. Siamo noi, i pensanti-senzienti, a fare realmente e continuamente qualcosa che ancora non esiste: tutto il mondo, che sempre crescerà, di valutazioni, colori, pesi, prospettive, scale, affermazioni e negazioni. Questo poema da noi inventato è continuamente assimilato nell'apprendimento e nell'esercizio, tradotto in carne e realtà, anzi in quotidianità, dai cosiddetti uomini pratici (i nostri attori, come si è detto). Ciò che soltanto ha valore nel mondo attuale, non è che lo abbia in se stesso, secondo la sua natura - la natura è sempre priva di valore: il fatto è invece che questo valore gli è stato dato, donato una volta, e fummo noi a dare e donare! Soltanto noi abbiamo creato il mondo che in qualche modo interessa gli uomini! - Ma appunto questa consapevolezza ci fa difetto e se anche per un momento riusciamo a coglierla, subito dopo torniamo a dimenticarla: disconosciamo la nostra forza migliore e valutiamo noi stessi, i contemplativi, a un livello più basso - non siamo né così superbi né così felici come potremmo essere".

(F. W. Nietzsche)

martedì 24 aprile 2012

Luci e ombre.

"I libri e gli scritti variano col variare dei pensatori: l'uno ha raccolto nel libro le luci che, ai fulgori d'una conoscenza balenatagli improvvisa, seppe carpire in un attimo e far sue; l'altro restituisce solo le ombre, le immagini in grigio e nero di ciò che il giorno innanzi si era andato costruendo nell'anima sua".

(F. W. Nietzsche)


domenica 22 aprile 2012

Fascino del non finito.

"Vedo qui un poeta che, al pari di tanti uomini, esercita una superiore attrattiva, più con le sue incompiutezze che con tutto ciò che sotto la sua mani si arrotonda e si configura compiutamente - anzi, piuttosto che dal pieno delle sue forze, egli trae vantaggio e gloria dalla sua finale incapacità. La sua opera non esprime mai del tutto ciò che lui propriamente vorrebbe esprimere, ciò che vorrebbe aver veduto: si direbbe che ha avuto il pregustamento di una visione e mai la visione stessa - tuttavia è restata nell'anima sua un'immensa avidità di questa visione, e da questa avidità egli attinge l'altrettanto immensa eloquenza del suo desiderio e della sua fame divorante. Con tale eloquenza egli innalza chi gli presta ascolto oltre la sua opera e oltre tutte le opere, e gli dà ali per levarsi ad altezze alle quali mai altrimenti si levano ascoltatori: e così, divenuti essi stessi poeti e veggenti, tributano all'autore della loro beatitudine una ammirazione tale come se costui li avesse guidati direttamente alla visione della sua più sacra ed ultima realtà, come se avesse realmente veduto e comunicato la sua visione. Va a tutto vantaggio della sua gloria il non essere propriamente arrivato alla meta".

(F. W. Nietzsche)

sabato 31 marzo 2012

"Mais alors, qu'est-ce que le travail?"

“Pour les braves gens, dirait-on, il y a une différence essentielle entre les mendiants et les 'travailleurs' normaux. Ils forment une race à part, une classe de parias, comme les malfaiteurs et les prostituées. Les travailleurs 'travaillent', les mendiants ne 'travaillent' pas. Ce sont des parasites, des inutiles. On tient pour acquis qu'un mendiant ne 'gagne' pas sa vie au sens où un maçon ou un critique littéraire 'gagnent' la leur. Le mendiant n'est qu'une verrue sur le corps social, qu'on tolère parce que nous vivons dans un ère civilisée, mais c'est un être essentiellement méprisable.
Pourtant, à y regarder de plus près, on s'aperçoit qu'il n'y a pas de différence fondamentale entre les moyens d'existence d'un mendiant et ceux de bon nombre de personnes respectables. Les mendiants ne travaillent pas, dit-on. Mais alors, qu'est-ce que le travail? Un terrassier travaille en maniant un pic. Un comptable travaille en additionnant des chiffres. Un mendiant travaille en restant dehors, qu'il pleuve ou qu'il vente, et en attrapant des varices, des bronchites, etc. C'est un métier comme un autre. Parfaitement inutile, bien sûr - mais alors bien des activités enveloppées d'une aura de bon ton sont elles aussi inutiles. En tant que type social, un mendiant soutient avantageusement la comparaison avec quantité d'autres. Il est honnête, comparé aux vendeurs de la plupart des spécialités pharmaceutiques; il a l'âme noble comparé au propriétaire d'un journal du dimanche; il est aimable à côté d'un représentant de biens à crédit - bref c'est un parasite, mais un parasite somme toute inoffensif. Il prend à la communauté rarement plus que ce qu'il lui faut pour subsister et - chose qui devrait le justifier à nos yeux si l'on s'en tient aux valeurs morales en cours - il paie cela par d'innombrables souffrances. Je ne vois décidément rien chez un mendiant qui puisse le faire ranger dans une catégorie d'êtres à part, ou donner à qui que ce soit d'entre nous le droit de le mépriser.
La question qui se pose est alors: pourquoi méprise-t-on les mendiants? Car il est bien vrai qu'on les méprise universellement. Je crois quant à moi que c'est tout simplement parce qu'ils ne gagnent pas 'convenablement' leur vie. Dans la pratique, personne ne s'inquiète de savoir si le travail est utile ou inutile, productif ou parasite. Tout ce qu'on lui demande, c'est de rapporter de l'argent. Derrière tous les discours dont on nous rebat les oreilles à propos de l'énergie, de l'efficacité, du devoir social et autres fariboles, quelle autre leçon y a-t-il que 'amassez de l'argent, amassez-le légalement, et amassez-en beaucoup'? L'argent est devenu la pierre de touche de la vertu. Affrontés a ce critère, les mendiants ne font pas le poids et sont conséquent méprisés. Si l'on pouvait gagner ne serait-ce que dix livres par semaine en mendiant, la mendicité deviendrait tout d'un coup une activité 'convenable'. Un mendiant, à voir les choses sans passion, n'est qu'un homme d'affaires qui gagne sa vie comme tous les autres hommes d'affaires, en saisissant les occasions qui se présentent. Il n'a pas plus que la majorité de nos contemporains failli à son honneur: il a simplement commis l'erreur de choisir une profession dans laquelle il est impossible de faire fortune”.

(G. Orwell)

giovedì 29 marzo 2012

Riconoscimenti.

“L'uomo che ha riconosciuto, sia pure una sola volta in vita sua, sia pure per il mero spazio di un istante, la purezza e l'innocenza a lungo misconosciute, potrà dire a sua volta: ieri sera alla locanda ho cenato con un viaggiatore sconosciuto; aveva un non-so-che di lontano nello sguardo; il suo volto era dolce e stanco; sui sandali si notava ancora la polvere del cammino. E questo sconosciuto era un dio. E questo sconosciuto era Dio".

(V. Jankélévitch)

mercoledì 1 febbraio 2012

Una ben triste miseria.

"Che triste miseria dev'essere una vita che si consuma così tra quattro strade, in mezzo a gente distratta che impegna la sua passione e la sua esistenza a parlare degli altri! Che ostacolo, che dipendenza per colui che eleva il proprio spirito verso nobili cose, e quanto merito ha il più piccolo giardino in assoluta solitudine! […] Una vita consumata così vi condurrà alla morte dopo un lungo supplizio. Non avete la libertà che sta ovunque sia possibile pensare senza limiti né ostacoli, ovunque vadano i savi e i folli ad ascoltare gli strani rumori che voi non udite, ai bordi delle acque correnti, sotto il cielo loquace e discreto; ovunque la natura, se potesse vedere, ci contempli, ovunque questa ci ispiri, ci consoli e ci incanti. Non sta sulle vostre porte o dietro le vostre gelosie, dove si forgia la barriera del pregiudizio".

(O. Redon)

venerdì 27 gennaio 2012

Il male da esorcizzare.

"Il gusto dell'arte è niente in confronto alle inquietudini del cuore. E ogni artista è un uomo, un individuo che occorre anche vegliare e coltivare. L'uomo è forse un semplice procedimento per l'opera dell'artista. L'arte è impotente a rendere le sfumature di queste situazioni e tutte le sottigliezze delle loro influenze.
L'artista non deve, con sacra autorità, credersi tanto al di sopra degli altri. Il senso della creazione è sì qualcosa, ma non tutto. Un uomo molto mediocre, o persino assolutamente incapace di sentire la bellezza, può benissimo rivelare aspetti molto nobili ed elevati della coscienza. Certo, bisogna benedire il Cielo per averci fatto vivere in un mondo dove Beethoven e il dio dell'arte hanno disseminato la vita, e soprattutto inorgoglirsi di comprenderla; ma io trovo profondamente egoista e meschina la sofferenza tutta personale di coloro che per questo motivo vorrebbero primeggiare.
Il mondo è popolato di parlatori intrepidi e blasfemi, ma fanno del male solo a se stessi. Il vero danno, l'autentica tortura è per me lo spettacolo dell'imporsi di una falsa autorità. Ce l'ho con tutti quelli che per il loro credito, la loro posizione, l'autorità di una parola indebitamente acquisita, aprono gli animi semplici alle prime gioie del bene o della bellezza. Ce l'ho con tutti quello che sotto le volte delle nostre chiese levano clamori malsani intorno al bene; con chi martirizza il genio; con chi infine, nel campo della coscienza, falsifica e corrompe il senso naturale della verità. Questi sono i veri colpevoli. Questo è il male da esorcizzare".

(O. Redon)