"Vedo qui un poeta che, al pari di tanti uomini, esercita una superiore attrattiva, più con le sue incompiutezze che con tutto ciò che sotto la sua mani si arrotonda e si configura compiutamente - anzi, piuttosto che dal pieno delle sue forze, egli trae vantaggio e gloria dalla sua finale incapacità. La sua opera non esprime mai del tutto ciò che lui propriamente vorrebbe esprimere, ciò che vorrebbe aver veduto: si direbbe che ha avuto il pregustamento di una visione e mai la visione stessa - tuttavia è restata nell'anima sua un'immensa avidità di questa visione, e da questa avidità egli attinge l'altrettanto immensa eloquenza del suo desiderio e della sua fame divorante. Con tale eloquenza egli innalza chi gli presta ascolto oltre la sua opera e oltre tutte le opere, e gli dà ali per levarsi ad altezze alle quali mai altrimenti si levano ascoltatori: e così, divenuti essi stessi poeti e veggenti, tributano all'autore della loro beatitudine una ammirazione tale come se costui li avesse guidati direttamente alla visione della sua più sacra ed ultima realtà, come se avesse realmente veduto e comunicato la sua visione. Va a tutto vantaggio della sua gloria il non essere propriamente arrivato alla meta".
(F. W. Nietzsche)
domenica 22 aprile 2012
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