"Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi."
(Fabrizio De Andrè)
martedì 29 luglio 2008
lunedì 28 luglio 2008
Caso per caso.
"Ogni coscienza è una soglia. Senza dubbio, bisogna precisare caso per caso perché la soglia sia così o cosà."
(Gilles Deleuze)
(Gilles Deleuze)
domenica 27 luglio 2008
Libera personalità.
"Se si bada all'esteriore, si può osservare come l'espulsione degli istinti per opera della storia abbia trasformato gli uomini quasi in pure astrazioni e ombre: nessuno osa più arrischiare la propria persona e tutti invece si mascherano da uomini cólti, da scienziati, da poeti, da politici. Se si toccano tali maschere, credendo che si tratti di cose serie e non soltanto di una farsa - dato che tutti quanti ostentano la serietà - si hanno improvvisamente fra le mani soltanto cenci e toppe variopinte.
[…]
Strano! Si penserebbe che la storia incoraggi gli uomini soprattutto a essere onesti quand'anche si trattasse di matti onesti; e questo è stato sempre il suo effetto, solo ora non lo è più! La cultura storica e l'abito borghese universali regnano nello stesso tempo. Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati.
[…]
Comunque sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento! - di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell'azione. Solo con questa veracità verranno alla luce l'angustia, l'intima miseria dell'uomo moderno, e al posto di quella convenzione e di quella mascherata che mirano timorosamente a nascondere potranno subentrare, come vere soccorritrici, arte e religione, per piantare insieme una cultura che risponda a bisogni veri e che non insegni soltanto, come la cultura generale odierna, a dissimularsi questi bisogni e a divenire in tal modo menzogne ambulanti.
[…]
Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente - fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell'agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa e ogni altra è semplicemente impossibile. Così vuole la cultura storica. Questi sono ancora uomini, ci si chiede allora, o forse soltanto macchine per pensare, per scrivere e per parlare?
[…]
Colui che non osa più fidarsi di sé e che invece, per il suo sentire, chiede involontariamente consiglio alla storia: «come devo qui sentire?», diventa a poco a poco, per paura, attore e assume un ruolo, per lo più anzi molti ruoli, recitando perciò ciascuno di essi male e superficialmente.
[…]
Una volta che le personalità siano spente nella maniera descritta fino all'eterna mancanza del soggetto, o come si dice, all'oggettività, niente ormai può avere effetto su di loro; qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo cólto passa sopra all'opera e si informa sulla storia dell'autore.
[…]
Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. Inoltre ci si è messi d'accordo di ritenere che molte critiche siano un risultato positivo, che poche siano un insuccesso. Ma in fondo, anche nel caso di un cotale «risultato», tutto rimane come prima: si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos'altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un'efficacia in senso proprio, ossia a un'efficacia sulla vita e sull'agire.
[…]
Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi - in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze «al mercato del lavoro». Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo. Il mezzo peraltro, il mezzo scellerato che si impiega per accecarli è una luce troppo chiara, troppo repentina, troppo mutevole.
[…]
Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» - o comunque suonino i verbi ausiliari dell'egoismo - quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico.
[…]
I carrettieri hanno fatto fra loro un contratto di lavoro e hanno decretato come superfluo il genio - per il fatto che ogni carrettiere viene timbrato a nuovo come genio; probabilmente un'epoca posteriore riconoscerà dai loro edifici che essi sono stati fabbricati da carrettieri e non da architetti."
(F. W. Nietzsche)
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Strano! Si penserebbe che la storia incoraggi gli uomini soprattutto a essere onesti quand'anche si trattasse di matti onesti; e questo è stato sempre il suo effetto, solo ora non lo è più! La cultura storica e l'abito borghese universali regnano nello stesso tempo. Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati.
[…]
Comunque sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento! - di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell'azione. Solo con questa veracità verranno alla luce l'angustia, l'intima miseria dell'uomo moderno, e al posto di quella convenzione e di quella mascherata che mirano timorosamente a nascondere potranno subentrare, come vere soccorritrici, arte e religione, per piantare insieme una cultura che risponda a bisogni veri e che non insegni soltanto, come la cultura generale odierna, a dissimularsi questi bisogni e a divenire in tal modo menzogne ambulanti.
[…]
Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente - fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell'agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa e ogni altra è semplicemente impossibile. Così vuole la cultura storica. Questi sono ancora uomini, ci si chiede allora, o forse soltanto macchine per pensare, per scrivere e per parlare?
[…]
Colui che non osa più fidarsi di sé e che invece, per il suo sentire, chiede involontariamente consiglio alla storia: «come devo qui sentire?», diventa a poco a poco, per paura, attore e assume un ruolo, per lo più anzi molti ruoli, recitando perciò ciascuno di essi male e superficialmente.
[…]
Una volta che le personalità siano spente nella maniera descritta fino all'eterna mancanza del soggetto, o come si dice, all'oggettività, niente ormai può avere effetto su di loro; qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo cólto passa sopra all'opera e si informa sulla storia dell'autore.
[…]
Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. Inoltre ci si è messi d'accordo di ritenere che molte critiche siano un risultato positivo, che poche siano un insuccesso. Ma in fondo, anche nel caso di un cotale «risultato», tutto rimane come prima: si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos'altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un'efficacia in senso proprio, ossia a un'efficacia sulla vita e sull'agire.
[…]
Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi - in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze «al mercato del lavoro». Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo. Il mezzo peraltro, il mezzo scellerato che si impiega per accecarli è una luce troppo chiara, troppo repentina, troppo mutevole.
[…]
Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» - o comunque suonino i verbi ausiliari dell'egoismo - quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico.
[…]
I carrettieri hanno fatto fra loro un contratto di lavoro e hanno decretato come superfluo il genio - per il fatto che ogni carrettiere viene timbrato a nuovo come genio; probabilmente un'epoca posteriore riconoscerà dai loro edifici che essi sono stati fabbricati da carrettieri e non da architetti."
(F. W. Nietzsche)
sabato 26 luglio 2008
Buttarsi a capofitto e saper portare la pena.
"Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un'esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura.
La lezione è sempre una sola: buttarsi a capofitto e sapere portare la pena. È meglio soffrire per aver osato fare sul serio, che to shrink […]."
(Cesare Pavese)
La lezione è sempre una sola: buttarsi a capofitto e sapere portare la pena. È meglio soffrire per aver osato fare sul serio, che to shrink […]."
(Cesare Pavese)
venerdì 25 luglio 2008
giovedì 24 luglio 2008
L'atto poetico.
"Più importante dell'atto politico - sempre orientato verso un fine futuro - era l'atto poetico, in cui causa ed effetto assumevano una forma simultanea, trasformando la speranza in pura azione presente. Quella poesia incompiuta, tesoro estratto dal fondo del mare, doveva essere continuata da tutti non solo con le parole, ma con le azioni."
(Alejandro Jodorowsky)
(Alejandro Jodorowsky)
mercoledì 23 luglio 2008
Romanzi spazzatura.
"Qualunque cosa siano, comunque funzionino, i romanzi spazzatura sono affini alla psicoterapia; anche gli aereoporti sono affini alla psicoterapia. Gli uni e gli altri appartengono alla cultura della sala d'aspetto. Musica via cavo, linguaggio tranquillizzante e suadente. Da questa parte - si, l'assistente di volo si occuperò subito di lei. Aereoporti, romanzi spazzatura: ti strappano la mente dalla paura della morte."
(Martin Amis)
(Martin Amis)
martedì 22 luglio 2008
Io, certe parole, non le conosco.
Questo è un blog dove non scriverò niente di mio.
Le parole che leggeranno i malcapitati che si troveranno a passare da queste parti, saranno quelle scritte da altri:
citazioni.
"Concludo. Nella disperazione. Non ho detto nulla. Nulla di nulla, poiché dinanzi a me c'è la Vita, e certe parole io non le conosco."
(Marina Cvetaeva)
Le parole che leggeranno i malcapitati che si troveranno a passare da queste parti, saranno quelle scritte da altri:
citazioni.
"Concludo. Nella disperazione. Non ho detto nulla. Nulla di nulla, poiché dinanzi a me c'è la Vita, e certe parole io non le conosco."
(Marina Cvetaeva)
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