"Chi porta Arte negli occhi e nella mente, costui […], costui è dimentico di sé. Arte crea lontananza dall'io. Arte esige qui, in una direzione ben determinata, una determinata distanza, un determinato cammino.
E Poesia? Poesia, che alla fin fine è tenuta a percorrere il cammino dell'Arte?
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Forse - è solo una domanda - forse la Poesia, come l'Arte, raggiunge assieme a un io dimentico di sé quell'alcunché d'arcano e straniato, e si rende - ma dove? ma in che luogo? ma con che cosa e in quanto che cosa? - si rende nuovamente libera?
In questo caso l'Arte non sarebbe che il cammino che la Poesia è tenuta a percorrere - niente di meno e niente di più.
Lo so, ci sono altre strade, più brevi. Ma anche la Poesia talvolta ci fugge innanzi. La poésie, elle aussi, brûle nos étapes.
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Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? La Poesia percorre forse il cammino - anche il cammino dell'Arte - proprio in vista di una simile svolta? Forse - poiché l'estraneità, ovvero l'abisso e il volto di Medusa, l'abisso e gli automi, tutto sembra allinearsi nella stessa direzione, - forse le riesce di distinguere tra estraneità ed estraneità, forse proprio qui il volto di Medusa si atrofizza, forse fanno cilecca gli automi, proprio qui - per questo incomparabile breve istante? Forse qui con l'io - con questo io affrancatosi qui e in tale modo - qui si libera ancora qualcos'altro?
Forse è a partire da questo punto che il poema è se stesso... e ora può percorrere, in questo modo anartistico ed emancipato dall'Arte, le proprie strade, dunque anche le strade dell'Arte - percorrerle più e più volte ancora?
Forse.
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Ma il poema parla, vivaddio! Esso non smarrisce il senso delle proprie date, eppure - parla. Certo, esso parla, sempre e soltanto, rigorosamente in prima persona.
Ma io ritengo - e simile pensiero a questo punto non può destare la Loro sorpresa - io ritengo che da sempre tra le speranze del poema vi sia quella di parlare in tal modo anche per conto di estranei - no, ormai questa parola non posso più usarla - di parlare, precisamente in tal modo, di parlare per conto di un Altro - chissà, magari di tutt'Altro.
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Forse, ora debbo dirmi, - forse è perfino concepibile un incontro con questo «tutt'Altro» - e uso così un noto surrogato verbale - con un «altro» non troppo lontano, anzi del tutto vicino - ciò è nuovamente, è sempre concepibile.
Su tali pensieri il poema indugia, ovvero s'azzarda a sperare - parola da mettere in rapporto con la creatura.
Nessuno può dire quanto a lungo la pausa del respiro - questo sperare e pensare - quanto essa duri ancora. Quel «presto» che da sempre si poneva «fuori» - ha guadagnato in velocità; il poema ne è consapevole; ma esso si dirige imperterrito verso quell'«Altro», che esso immagina come raggiungibile, come suscettibile di essere liberato, magari reso vacante, e allo stesso tempo - diciamo come Lucile - orientato su di esso, sul poema.
Certo, il poema - il poema, oggi - rivela […], il poema rivela, ed è innegabile, una forte inclinazione ad ammutolire.
Il poema - dopo tante formulazioni radicali mi concedano pure questa - si afferma al margine di se stesso; per poter sussistere esso incessantemente si evoca e si riconduce dal suo Ormai-non-più al suo Pur-sempre.
Codesto Pur-sempre non può non essere un parlare. Quindi non verbo in assoluto e verosimilmente neppure «corrispettivo verbale».
Bensì linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma, allo stesso tempo, perennemente consapevole dei limiti che la lingua gli impone, delle possibilità che la lingua gli dischiude.
Codesto Pur-sempre del poema, è chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non dimentica che sta parlando sotto l'angolo di incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione creaturale.
E allora il poema sarebbe - ancora più chiaramente - linguaggio, diventato figura, di un singolo individuo - e, nella sua più intima sostanza, presenza e immanenza.
Il poema è solitario. Solitario e in cammino. Chi lo scrive gli rimane inerente.
Ma allora il poema non si colloca, proprio per questa ragione, dunque già a questo punto, dentro l'incontro - dentro il mistero dell'incontro?
Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica.
Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso l'Altro, è figura di questo Altro.
L'attenzione che il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei «palpiti» e delle «allusioni», tutto questo io credo non è la conquista di un occhio in gara (o in concomitanza) con apparecchiature ogni giorno più perfette; è piuttosto un concentrarsi avendo ben presenti tutte le nostre date.
[…]
Il poema - tra quali condizionamenti! - diventa l'opera di qualcuno che tuttavia continua a usare i sensi, rivolto a tutto quanto appare integrandolo, apostrofandolo; diventa colloquio - spesso un colloquio disperato.
È solo dentro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l'entità interlocutoria, la quale si aduna attorno all'io che l'appella e la nomina. Ma, in questa sua presenza, l'entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un tu, introduce il suo essere altro. Ancora nell'hic et nunc del poema - il quale, di per sé, possiede sempre soltanto questo unico, irripetibile e puntuale presente -, ancora in questa immediatezza e contiguità il poema consente che abbia voce quanto, all'Altro, è più proprio: ossia il suo tempo.
Quando noi parliamo con le cose a questo modo, sempre c'imbattiamo anche con il problema della loro origine e della loro destinazione: con un problema che «rimane aperto», non sfocia ad alcuna conclusione, addita uno spazio aperto e vuoto - siamo ampiamente fuori.
Il poema cerca, credo, anche questo luogo.
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E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che irripetibilmente, sempre di nuovo irripetibilmente hic et nunc viene percepito e ha da essere percepito. E il poema in tal modo sarebbe il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum.
Ricerca topologica?
Certamente! Ma alla luce di ciò che della ricerca è oggetto: alla luce dell'U-topia.
E l'uomo? E la creatura?
In questa luce.
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Ampliare l'Arte?
No. Bensì portati con l'Arte là dove sei più ristretto in te stesso. E realizza la tua libertà.
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La poesia, Signore e Signori: questa patente d'infinito data a quanto è pura mortalità e vanità!
[…]
Con un dito alquanto impreciso, perché irrequieto, cerco tutto questo sulla carta geografica - su una carta geografica per bambini, come subito devo confessare.
Tutti questi luoghi sono introvabili, essi non esistono; ma io so, adesso soprattutto, so dove dovrebbero esserci e... qualcosa trovo.
Signore e Signori, trovo qualcosa che un poco anche mi consola del fatto di essermi messo, alla Loro presenza, su questa strada impossibile, su questa strada dell'impossibile.
Trovo quello che unisce, quello che può avviare il poema all'incontro.
Trovo qualcosa che è - come la lingua - immateriale, eppure è terrestre, planetario, qualcosa di circolare, che ritorna a se stesso attraverso entrambi i poli e facendo questo interseca - è divertente! - persino i tropici: trovo... un Meridiano."
(Paul Celan)
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